Nulla, a pensarci bene, può spingere un uomo a lasciarsi sopraffare dai pregiudizi, e nulla può spingere una città a non avere rispetto del proprio passato e stima del proprio futuro. Pertanto riteniamo questa vicenda del kebab proibito cosa degna di meditazione e di qualche domanda. Riportiamo quelle poste al Sindaco di Pontremoli dal neonato circolo arci, e restiamo in attesa delle risposte, che pubblicheremo ugualmente.
Alla Gent.ma Dott.ssa Lucia Baracchini
Sindaco della Città di Pontremoli
Gentile Sindaco,
prima di tutto ci presentiamo, forse non ci conosce ancora. Siamo il Circolo Arci “Babel – La casa dei popoli”, nato qualche mese fa a Pontremoli dalla volontà di un gruppo di giovani e meno giovani uniti dal desiderio di “sporcarsi un po’ le mani” per promuovere e sperimentare nella nostra città nuove forme di partecipazione e impegno. Vorremmo riuscire a dare un contributo, seppur piccolo, per costruire insieme una Pontremoli che accoglie e non esclude, una città civile e incuriosita dalle diversità, viva culturalmente e innovativa, capace di valorizzare le proprie tradizioni senza chiudere la porta a quelle altrui.
Proprio perché è questa la Pontremoli che vorremmo ci ha spiazzato (e deluso) la delibera che la Sua Giunta ha approvato lo scorso 27 febbraio, delibera in cui si vieta l’apertura di kebab e locali che propongono cucina “non locale” in nome della salvaguardia della “tipicità” del centro storico cittadino e delle tradizioni locali.
Riteniamo che sia una delibera ingiusta e, probabilmente, illegittima. Sicuramente non condivisibile.
Proviamo ad avanzarLe sotto forma di domande quelle che sono, per usare un eufemismo, le nostre perplessità:
- È certa che la tutela delle tradizioni locali si garantisca con il proibizionismo delle diversità e non piuttosto con concreti incentivi alla valorizzazione delle tipicità?
- Non è strano che una delibera simile “spunti” proprio pochi giorni prima dell’apertura del primo locale che propone kebab nel menù? Non pensa che i cittadini siano autorizzati a pensare che si tratti di un atto discriminatorio “contro” ristoranti etnici e non “pro” torta d’erbi e affini?
- E cosa intende per “simili”? La mortadella di Bologna, la bufala campana, la birra tedesca, il whisky irlandese sono “simili”? Devono preoccuparsi i locali della piazza e attrezzarsi per avere solo prodotti a km zero?
- In un centro storico in agonia, che si sta progressivamente spopolando e dove sono sempre di più le saracinesche chiuse, non crede che chi sceglie di investire in una nuova attività vada incentivato e non ostacolato? Via Cavour è meglio viva e piena di gente o deserta ma molto tipica?
- Tra l’altro, il recente decreto sulle liberalizzazioni del Governo Monti (che recepisce la disciplina europea in materia) non sancisce, ulteriormente, la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio “senza contingenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura” fatti salvi tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente e dei beni culturali? O la pizza va bene ma se nel menù c’è anche un panino al kebab si mette a rischio la tutela dei nostri beni culturali?
- Soprattutto, e questo è quello che ci sta più a cuore, non crede che ordinanze di questo tipo, favoriscano la crescita di una comunità chiusa, diffidente, impaurita dalle diversità e da quanto non rientra nel solco della tradizione? Non sarebbe meglio un processo partecipativo che lasci spazio all’incontro e allo scambio? Non sarebbe una via più giusta e vera per costruire quella “Pontremoli, città dell’accoglienza” decantata su tanti cartelli all’ingresso del Paese? Non si può pensare che kebab e torta d’erbi, cous cous e testaroli possano convivere e “contaminarsi” positivamente a vicenda?
Le proponiamo di riflettere su questi interrogativi e di fare un passo indietro ritirando la delibera. Non la riteniamo corretta nel merito e nella forma. E non ci sembra corretto affrontare temi delicati e centrali per il futuro della città, quale il futuro del centro storico, senza un coinvolgimento trasparente e partecipato di associazioni, commercianti e cittadini. Le chiediamo di guardare lontano, alla Pontremoli di domani, e di tornare sui suoi passi. Per quanto ci riguarda siamo disponibili ad un incontro pubblico per confrontarci insieme, anche alla luce di questa vicenda, su come costruire una condivisa rivitalizzazione del centro storico e di tutta Pontremoli. La ringraziamo per l’attenzione e restiamo in attesa di un Suo riscontro. Circolo Arci "Babel - La casa dei popoli" Pontremoli
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giovedì 8 marzo 2012
Domande in attesa di risposta
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domenica 4 marzo 2012
L'amor e il kebab
Ricevuto e condiviso:
L'amor e il kebab
C'erano una volta, a metà dell'800 o giù di li, due "stranieri": due fratelli svizzeri originari del cantone dei Grigioni. Si chiamavano Osvaldo e Giorgio Aichta: insieme all'amico Giovanni Kaspar e ad un paio di altri conterranei immigrati decidono di aprire, a Pontremoli nel 1842, una drogheria - pasticceria. La chiamano "Fratelli Aichta e C."
In quegli anni in diverse zone d'Italia aprirono diversi esercizi commerciali "svizzeri": le guerre napoleoniche avevano avuto gravi ripercussioni sull'economia della Repubblica elvetica così molti, soprattutto grigionesi, furono costretti ad emigrare cercando fortuna nel nostro Paese. Aprivano in tutta Italia principalmente drogherie, caffè e pasticcerie importando ricette d'Oltralpe. Non ci è dato sapere (il Corriere Apuano non era ancora nato!) cosa pensarono all'epoca i pontremolesi di questi intraprendenti stranieri. Qualcuno, probabilmente, avrà storto il naso, forse altri caffè avranno temuto la concorrenza, non pochi avranno tentennato un po' prima di addentare una di quelle cialde farcite di crema gialla ("Chissà cosa ci mettono dentro questi qua!"). Certo è che la drogheria-pasticceria ha potuto aprire i battenti. Nessuna delibera dell'amministrazione di allora, a quanto ci risulta, deve averne impedito l'apertura. Magari per difendere il buccellato o la pattona. Tant'è che oggi il caffè di quel manipolo di esuli elvetici è il locale più rinomato della città, vero e proprio salotto buono di Pontremoli, citato in tutte le guide turistiche che si rispettino.
E l' "amor", importata o inventata proprio da loro, il dolce più rinomato del paese.
Più di centocinquant'anni dopo la storia inizia allo stesso modo. C'è un immigrato egiziano, si chiama Bashir e decide, sempre a Pontremoli, di aprire un kebab. Come molti suoi connazionali, e come Osvaldo e Giorgio, anche lui è partito dal suo paese per cercare maggior fortuna in Italia. Molti cittadini stranieri, da tempo, stanno aprendo, qua e là per la penisola, ristoranti e bar dove propongono piatti e ricette della propria tradizione. Questa volta, però, i pontremolesi non fanno in tempo a storcere il naso, ne' i bar del paese a temere concorrenza, ne' gli scettici a guardare con disgusto quello spiedo strano. Bashir (e come lui i tanti Osvaldo e Giorgio, immigrati con i loro menù tipici dai 5 continenti, compreso il signor McDonald's) non farà neanche in tempo ad aprirlo il suo kebab. Questa volta l'Amministrazione ha deciso che proprio quelle "amor" (e quella spongata, insieme alla torta d'erbi, alla pattona, alla mozzarella, la mortadella, la gorgonzola, il prosciutto di Parma e i pistacchi di Bronte...), nate dalla fantasia di un gruppo di "stranieri" vanno privilegiate e tutelate. E che proprio quel centro storico, dove troneggia a futura memoria l'insegna "Caffè degli Svizzeri" e dove progressivamente sono sempre meno i negozi che sopravvivono, va preservato nella sua tipicità tanto cara ai (numerosi?) turisti. Il gusto che arriva da oltre confine si fermi in Piazza Italia.
Due storie simili, due epiloghi diversi. Altri tempi dirà qualcuno. Certo. Ma ora come allora la lungimiranza di una comunità e di chi è chiamato a guidarla si misura dalla sua capacità di guardare lontano, di capire il cambiamento, di imparare dalla storia, di confrontarsi con le diversità senza rinnegare le proprie radici. Proibizionismi, dazi o steccati non hanno mai pagato. Ė dalle contaminazioni e dalle commistioni che, più spesso, sono nate innovazioni ed eccellenze. In cucina come nella società.
Crediamo che le tradizioni vadano preservate senza trasformarle in paraocchi che impediscono di vedere una società che cambia. Crediamo che i testaroli possano convivere con il cous cous, che i turisti siano così intelligenti da preferire un centro storico vivo ad un centro storico museo, che chi sceglie di avviare una nuova attività in una città commercialmente in declino vada incentivato e non ostacolato. Ci auguriamo che questa Giunta alzi lo sguardo. Ci auguriamo che guardi lontano e sappia tornare sui propri passi. Anche ripensando alla storia di Osvaldo e Giorgio. Ci auguriamo che, un giorno, il kebab fatto con l'agnello di Zeri e le cipolle di Bassone possa diventare un'altra delle nostre specialità.
Circolo ARCI Babel - La Casa dei Popoli
Pontremoli
L'amor e il kebab
C'erano una volta, a metà dell'800 o giù di li, due "stranieri": due fratelli svizzeri originari del cantone dei Grigioni. Si chiamavano Osvaldo e Giorgio Aichta: insieme all'amico Giovanni Kaspar e ad un paio di altri conterranei immigrati decidono di aprire, a Pontremoli nel 1842, una drogheria - pasticceria. La chiamano "Fratelli Aichta e C."
In quegli anni in diverse zone d'Italia aprirono diversi esercizi commerciali "svizzeri": le guerre napoleoniche avevano avuto gravi ripercussioni sull'economia della Repubblica elvetica così molti, soprattutto grigionesi, furono costretti ad emigrare cercando fortuna nel nostro Paese. Aprivano in tutta Italia principalmente drogherie, caffè e pasticcerie importando ricette d'Oltralpe. Non ci è dato sapere (il Corriere Apuano non era ancora nato!) cosa pensarono all'epoca i pontremolesi di questi intraprendenti stranieri. Qualcuno, probabilmente, avrà storto il naso, forse altri caffè avranno temuto la concorrenza, non pochi avranno tentennato un po' prima di addentare una di quelle cialde farcite di crema gialla ("Chissà cosa ci mettono dentro questi qua!"). Certo è che la drogheria-pasticceria ha potuto aprire i battenti. Nessuna delibera dell'amministrazione di allora, a quanto ci risulta, deve averne impedito l'apertura. Magari per difendere il buccellato o la pattona. Tant'è che oggi il caffè di quel manipolo di esuli elvetici è il locale più rinomato della città, vero e proprio salotto buono di Pontremoli, citato in tutte le guide turistiche che si rispettino.
E l' "amor", importata o inventata proprio da loro, il dolce più rinomato del paese.
Più di centocinquant'anni dopo la storia inizia allo stesso modo. C'è un immigrato egiziano, si chiama Bashir e decide, sempre a Pontremoli, di aprire un kebab. Come molti suoi connazionali, e come Osvaldo e Giorgio, anche lui è partito dal suo paese per cercare maggior fortuna in Italia. Molti cittadini stranieri, da tempo, stanno aprendo, qua e là per la penisola, ristoranti e bar dove propongono piatti e ricette della propria tradizione. Questa volta, però, i pontremolesi non fanno in tempo a storcere il naso, ne' i bar del paese a temere concorrenza, ne' gli scettici a guardare con disgusto quello spiedo strano. Bashir (e come lui i tanti Osvaldo e Giorgio, immigrati con i loro menù tipici dai 5 continenti, compreso il signor McDonald's) non farà neanche in tempo ad aprirlo il suo kebab. Questa volta l'Amministrazione ha deciso che proprio quelle "amor" (e quella spongata, insieme alla torta d'erbi, alla pattona, alla mozzarella, la mortadella, la gorgonzola, il prosciutto di Parma e i pistacchi di Bronte...), nate dalla fantasia di un gruppo di "stranieri" vanno privilegiate e tutelate. E che proprio quel centro storico, dove troneggia a futura memoria l'insegna "Caffè degli Svizzeri" e dove progressivamente sono sempre meno i negozi che sopravvivono, va preservato nella sua tipicità tanto cara ai (numerosi?) turisti. Il gusto che arriva da oltre confine si fermi in Piazza Italia.
Due storie simili, due epiloghi diversi. Altri tempi dirà qualcuno. Certo. Ma ora come allora la lungimiranza di una comunità e di chi è chiamato a guidarla si misura dalla sua capacità di guardare lontano, di capire il cambiamento, di imparare dalla storia, di confrontarsi con le diversità senza rinnegare le proprie radici. Proibizionismi, dazi o steccati non hanno mai pagato. Ė dalle contaminazioni e dalle commistioni che, più spesso, sono nate innovazioni ed eccellenze. In cucina come nella società.
Crediamo che le tradizioni vadano preservate senza trasformarle in paraocchi che impediscono di vedere una società che cambia. Crediamo che i testaroli possano convivere con il cous cous, che i turisti siano così intelligenti da preferire un centro storico vivo ad un centro storico museo, che chi sceglie di avviare una nuova attività in una città commercialmente in declino vada incentivato e non ostacolato. Ci auguriamo che questa Giunta alzi lo sguardo. Ci auguriamo che guardi lontano e sappia tornare sui propri passi. Anche ripensando alla storia di Osvaldo e Giorgio. Ci auguriamo che, un giorno, il kebab fatto con l'agnello di Zeri e le cipolle di Bassone possa diventare un'altra delle nostre specialità.
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