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martedì 24 ottobre 2017

Cioccolato amaro

La risposta di Fairtrade Italia al servizio di Report Rai 3 “Cioccolato amaro” sul cacao dalla Costa d’Avorio. Rispetto alle violazioni segnalate nel servizio, Fairtrade Italia comunica che è già stata avviata la procedura di verifica delle cooperative coinvolte e che Kavokiva (la cooperativa citata nel servizio) è stata decertificata nel gennaio di quest'anno.

23 ottobre 2017

Il 23 ottobre Rai 3 ha trasmesso un servizio televisivo che solleva accuse di lavoro minorile, problemi ambientali e violazioni dei requisiti di tracciabilità nelle cooperative Fairtrade del Costa D’Avorio. Fairtrade ha preso in considerazione questa situazione in modo molto serio.
Il giornalismo che sottolinea le sfide affrontate dai contadini e lavoratori, inclusi i bambini e i ragazzi, nelle catene di fornitura globali è il benvenuto per Fairtrade. Fairtrade è stato costituito per supportare le comunità marginalizzate e deboli, per rafforzare la loro posizione nel commercio globale, per superare la povertà, l’ineguaglianza e le difficoltà economiche.

LE COOPERATIVE CITATE DA REPORT

Una delle cooperative menzionate nel programma è stata certificata Fairtrade nel maggio  2017 e questo significa che è obbligata a rispettare gli standard economici, sociali e ambientali di Fairtrade. Fairtrade sta indagando rispetto ai casi denunciati nel servizio.
L’altra cooperativa è stata decertificata dal Sistema Fairtrade nel gennaio 2017. Le aziende che comprano da questa cooperative sono state informate del fatto che alla cooperativa non è più permesso di vendere a condizioni Fairtrade. Se Fairtrade viene a conoscenza di un uso non autorizzato del Marchio, può intraprendere azioni legali nei suoi confronti.

FAIRTRADE E IL LAVORO MINORILE

Gli Standard Fairtrade proibiscono in maniera assoluta il lavoro minorile come viene definito dalle Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) sullo sfruttamento del lavoro minorile (C182) e sull’età minima (C138). Questi sono requisiti di entrata e ciò significa che un’organizzazione che non li rispetta non può essere certificata Fairtrade.
Fairtrade International riconosce la distinzione dell’ILO tra manodopera minorile e lavoro minorile. In quest’ottica, non tutto il lavoro svolto dai bambini può essere classificato come manodopera infantile. All’interno della famiglia e delle aziende più piccole, un bambino può svolgere lavori leggeri(ad esempio, un lavoro che non minacci la sua salute e sicurezza, ostacoli la sua educazione o che costituisca un orientamento o un corso di formazione al lavoro) purché questo sia in linea con gli Standard Fairtrade in relazione al lavoro infantile, ovvero che i bambini non maneggino sostanze pericolose, chimiche o che eseguano compiti fisicamente pericolosi, che il lavoro non interferisca con la loro educazione o il loro benessere fisico, emotivo o psicologico e che siano controllati da un membro della famiglia o da una persona che li sorveglia.
Per ulteriori informazioni:

FAIRTRADE E IL PROBLEMA DELLA DEFORESTAZIONE

Gli Standard Fairtrade includono anche requisiti restrittivi per evitare la deforestazione che devono essere seguiti dall’inizio della certificazione. I produttori Fairtrade devono evitare di avere impatti negativi sulle aree protette per legge e sulle aree di alto valore conservativo per la comunità locale e sono incoraggiati a proteggere la biodiversità in quelle aree permettendo la rigenerazione della vegetazione naturale. È obbligatorio che rispettino le leggi nazionali.
Per maggiori informazioni sugli Standard Fairtrade per i piccoli produttori: https://www.fairtrade.net/fileadmin/user_upload/content/2009/standards/documents/generic-standards/SPO_EN.pdf

CACAO FAIRTRADE E CACAO NON FAIRTRADE

Prima che la cooperativa venda il suo cacao per la trasformazione, deve essere obbligatoriamente separato da cacao non Fairtrade per tutto il tempo necessario. Ad esempio, quando il cacao è stato raccolto, conservato e trasportato. Questo procedimento è controllato in modo regolare. Ogni miscuglio con cacao non Fairtrade prima dello stadio di lavorazione sarebbe una violazione degli Standard Fairtrade e porterebbe a sanzioni.

FAIRTRADE È UN ORGANISMO DI CERTIFICAZIONE INDIPENDENTE

Fairtrade gestisce un rigoroso, indipendente Sistema di certificazione in linea con le migliori pratiche di certificazione. Il rispetto degli Standard Fairtrade è monitorato da FLOCERT, un ente indipendente che certifica per il Sistema Fairtrade. Anche se la certificazione è un importante strumento per il controllo richiesto dagli Standard, nessun Sistema di certificazione può garantire il 100 per cento del rispetto dei criteri. FLOCERT sospenderà o decertificherà una organizzazione di produttori dove i criteri più importanti siano stati violati. Fairtrade lavora anche con i produttori per supportarli nell’affrontare i problemi e dare loro l’opportunità di migliorare nel tempo.
Fairtrade ha una procedura formale di segnalazione delle non conformità attraverso la quale chiunque può segnalare le violazioni degli Standard Fairtrade. Noi vorremmo incoraggiare i giornalisti ad usarla per condividere ogni prova, specialmente riguardo ai produttori certificati Fairtrade in Costa D’Avorio, in modo che un certificatore indipendente possa fare ulteriori indagini: https://www.flocert.net/about-flocert/vision-values/quality-and-appeals/.

FAIRTRADE IN SITUAZIONI A RISCHIO

Fairtrade lavora in molte situazioni a rischio perché crediamo che siano quelle in cui quello che facciamo è più necessario. Siamo impegnati a continuare, per rafforzare le comunità di contadini dell’Africa Occidentale, in modo che essi stessi possano guidare il proprio cammino in direzione di un livello di vita sostenibile.
Alleghiamo alcune domande con le risposte di Fairtrade che sono emerse a seguito del servizio 

COSTA D’AVORIO: QUAL È LA SITUAZIONE DEL CACAO FAIRTRADE?

Solo l’1,2% del cacao commercializzato a livello mondiale è venduto a condizioni Fairtrade.
Nel mondo Fairtrade lavora con 196.000 piccoli produttori di cacao, di cui circa 32.500 sono in Costa D’Avorio. Grazie a Fairtrade solo nel 2015 questi produttori hanno ricevuto 9 milioni di euro di Fairtrade Premium che è servito in attività volte al rafforzamento delle comunità. Solo se ci saranno organizzazioni più resilienti e con più capacità di far valere il proprio lavoro nelle trattative commerciali, sarà possibile assicurare maggiori diritti ai lavoratori del settore e nel lungo periodo potranno trovare delle soluzioni per situazioni come il lavoro minorile, così profondamente radicate nella cultura, nella mentalità e nelle abitudini del Paese.
Il lavoro minorile è una delle conseguenze della povertà e quello che cerca di fare Fairtrade è lavorare sulle cause che contribuiscono a questa situazione.
Il 90% del cacao mondiale è coltivato da circa 5-6 milioni di piccoli contadini. Il Costa D’Avorio è uno dei principali paesi produttori ma molti contadini qui vivono con meno di 1$ al giorno.
Ad oggi in media i coltivatori di cacao ricevono circa solo il 6% del prezzo che il cioccolato è pagato nei paesi di consumo, rispetto al 16% degli anni ‘80.

COME SI FINANZIA IL SISTEMA INTERNAZIONALE FAIRTRADE?

Il Sistema internazionale di certificazione si finanzia principalmente attraverso i costi di licenza e i donatori istituzionali.
Le aziende pagano una licenza per l’Utilizzo del Marchio FAIRTRADE su ogni prodotto certificato Fairtrade. Tale licenza è raccolta dall’Organizzazione Nazionale Fairtrade (es. Fairtrade Italia) che corrisponde una quota a Fairtrade International per coprire le spese per l’elaborazione degli Standard e tutti i servizi globali, e per i Network dei produttori agricoli per programmi e supporto alle organizzazioni.
In aggiunta Fairtrade accetta donazioni da partner, ad esempio agenzie per lo sviluppo governative, per portare avanti programmi per i produttori Fairtrade. Ecco la lista delle organizzazioni Partner di Fairtrade  da cui Fairtrade ha ricevuto finanziamenti disponibile sul nostro sito.
C’è inoltre un costo annuale pagato da produttori e aziende a FLOCERT per coprire i costi di certificazione come gli audit.
Il bilancio integrale con le entrate e le uscite è disponibile sull’ultimo Report di Fairtrade International: https://annualreport16-17.fairtrade.net/en/financials/

CHI GOVERNA IL SISTEMA INTERNAZIONALE FAIRTRADE?

Il Sistema internazionale Fairtrade è gestito dall’Assemblea Generale e dal consiglio dei direttori. L’assemblea generale si incontra annualmente per prendere le decisioni, approvare il bilancio annuale e ratificare il nuovo consiglio dei direttori. I membri sono per il 50% rappresentanti dei network dei produttori e per il 50% Organizzazioni nazionali di Marchio. Ci sono anche assemblee annuali di ciascuna iniziativa Nazionale Fairtrade e dei tre network dei produttori.
Il consiglio dei direttori è il principale organo decisionale di Fairtrade International perché sovrintende la strategia di Fairtrade e mette a punto I prezzi minimi Fairtrade, il premio e gli standards. Il Consiglio è eletto dall’assemblea generale e include 4 membri nominati dai Netowrk dei produttori, 4 nominati dalle iniziative nazionali Fairtrade e tre membri indipendenti del consiglio.

LE GRANDI AZIENDE HANNO UN RUOLO ALL’INTERNO DI FAIRTRADE?

Anche se Fairtrade è orgogliosa di essere un importante partner di sostenibilità per le aziende e lavora con loro per rendere più equo il commercio, il cuore del nostro lavoro è l’empowerment dei contadini e dei lavoratori, in modo che abbiano un maggior controllo sulle loro vite e possano guidare il loro personale percorso di sviluppo. Le aziende non sono rappresentate nell’Assemblea generale di Fairtrade o nel consiglio di amministrazione e di conseguenza non prendono parte ai processi decisionali. Le aziende come altri stakeholder sono invitate a partecipare a consultazioni pubbliche quando gli standard sono in fase di sviluppo. I Fairtrade Standard sono messi a punto seguendo il ISEAL Code of Good Practice on Standard Setting.
Questo processo implica la consultazione con gli stakeholders, inclusi produttori, aziende di trasformazione, distributori, le figure chiave dello staff di Fairtrade International, le organizzazioni dei membri e FLOCERT. Le decisioni sugli standard Fairtrade sono prese dal Comitato per lo sviluppo degli Standard di Fairtrade International, un Comitato eletto dal Consiglio di amministrazione di Fairtrade International che include i rappresentanti dei produttori.

CHE COSA DICE LO STANDARD PER I PICCOLI PRODUTTORI IN MERITO ALLE NUOVE COOPERATIVE E AI LORO PERCORSI DI IMPLEMENTAZIONE?

Lo Standard per i piccoli produttori spiega nel dettaglio chiaramente quali requisiti sono fondamentali e quali devono essere implementati all’inizio della certificazione. Inoltre, delinea i requisiti di sviluppo che devono essere ottemperati in seguito alla certificazione. I requisiti come il divieto assoluto di lavoro minorile, come definito dalle Convenzioni dell’International Labour Organization (ILO) sulle peggiori forme di lavoro minorile (C182) e l’età minima (C138) sono requisiti di entrata.
Ciò significa che l’organizzazione che non li rispetta non può essere certificata Fairtrade. Lo Standard per i piccoli produttori include anche requisiti stringenti per la protezione della biodiversità e le aree protette che devono essere rispettati dall’inizio della certificazione.
I produttori Fairtrade non devono avere impatto negativo sulle aree legalmente protette e sulle aree ad alto valore di preservazione scelte dalle comunità locali e sono incoraggiate ad accrescere la biodiversità in quelle aree, permettendo la rigenerazione della vegetazione naturale. È obbligatorio il rispetto delle leggi nazionali.
Per maggiori dettagli sugli Standard per le organizzazioni di piccoli produttori: https://www.fairtrade.net/fileadmin/user_upload/content/2009/standards/documents/generic-standards/SPO_EN.pdf

È PERMESSO L’UTILIZZO DI MAGAZZINI NELLE AREE FORESTALI?

No, se significa che devono essere tagliati gli alberi in un’area protetta dalla legge o in un’area ad alto valore di conservazione.

CHE TIPO DI LAVORO MINORILE È PERMESSO O NON PERMESSO SOTTO I 15 ANNI, IN ACCORDO AGLI STANDARD FAIRTRADE?

Fairtrade International riconosce la distinzione dell’ILO tra manodopera minorile e lavoro minorile. In quest’ottica, non tutto il lavoro svolto dai bambini può essere classificato come manodopera infantile. È accettabile che i bambini possano svolgere del lavoro che non comprometta la loro salute e il loro personale sviluppo o interferisca con il diritto allo studio e che possa avere un impatto positivo sul loro sviluppo. Attività come l’aiuto dei genitori in casa o nei campi, svolte alla presenza di un adulto al di fuori dell’orario scolastico o durante le vacanze e che non causino sfruttamento o che non siano svolte in maniera clandestina non vengono considerate come sfruttamento della manodopera infantile.
Queste attività circoscritte a situazioni note, forniscono ai bambini competenze ed esperienza e li aiutano a diventare membri attivi della società nell’età adulta. Tuttavia, all’interno della famiglia e delle aziende più piccole, un bambino può svolgere lavori leggeri (ad esempio, un lavoro che non minacci la sua salute e sicurezza, ostacoli la sua educazione o che costituisca un orientamento o un corso di formazione per il lavoro) purché questo sia in linea con gli Standard Fairtrade in relazione al lavoro infantile, ovvero che i bambini non maneggino sostanze pericolose, chimiche o che eseguano compiti fisicamente pericolosi, che il lavoro non interferisca con la loro educazione o il loro benessere fisico, emotivo o psicologico e che siano controllati da un membro della famiglia o da una persona che li sorveglia.

FAIRTRADE E LA TRACCIABILITÀ

La maggior parte dei prodotti Fairtrade è tracciabile fisicamente. Ciò significa che lungo tutta la filiera dal campo fino allo scaffale del negozio i prodotti Fairtrade sono tenuti separati dai prodotti non Fairtrade.
Tuttavia, nel caso del cacao, lo zucchero, il tè e il succo d’arancia è molto difficile avere una tracciabilità ad ogni passaggio della filiera. Questo succede perché i produttori sono organizzati per lo più in strutture piccole che non dispongono degli impianti che si occupano della lavorazione del prodotto dopo il raccolto. Così il raccolto viene conferito a delle strutture esterne alle organizzazioni (centri di raccolta o altro) e mischiato assieme a quello degli altri produttori locali, e a questo punto avvengono determinati processi produttivi (ad es. la fermentazione nel caso del cacao). Bloccare la lavorazione a questo stadio per isolare i volumi Fairtrade, che sono molto piccoli, avrebbe un costo che porterebbe i prodotti fuori mercato.
Affinché i produttori abbiano accesso al mercato dei consumatori che scelgono di sostenere le organizzazioni certificate, Fairtrade (come altri operatori del settore) si avvale di un sistema di tracciabilità che si chiama “bilancio di massa” o “mass balance”. Il prodotto Fairtrade può essere mischiato al prodotto non Fairtrade durante la lavorazione, tuttavia lungo la filiera vengono controllati gli esatti quantitativi di materia prima venduti a termini Fairtrade.
Questo processo assicura che i quantitativi di ingrediente contenuti nel prodotto finale corrispondano ai quantitativi usciti dalle organizzazioni dei produttori e in base a questo ai produttori è assicurato il Premio Fairtrade corrispondente. Vista la situazione di povertà in cui lavorano molte organizzazioni Fairtrade, e l’urgenza di assicurare loro migliori condizioni commerciali, questa è una soluzione pratica che consente alle aziende di collaborare comunque con Fairtrade perché altrimenti le organizzazioni non avrebbero sbocchi commerciali.
Sulle confezioni dei prodotti sono presenti comunicazioni differenti nel caso di prodotti tracciabili fisicamente o documentalmente. Quando possibile, Fairtrade spinge le aziende alla tracciabilità fisica.
http://www.fairtrade.it/blog/fairtrade/fairtrade-risponde-al-servizio-di-rai-3-cioccolato-amaro-sul-cacao-dalla-costa-davorio/
Da leggere anche il seguente focus sul cacao dalla Costa d'Avorio: 
http://www.fairtrade.it/blog/fairtrade/costa-davorio-la-situazione-del-cacao-fairtrade/


sabato 2 settembre 2017

1,66 milioni di motivi per scegliere un prodotto Fairtrade

Le scelte quotidiane di ciascuno possono fare la differenza, ma tutti insieme possiamo avviare una vera e propria rivoluzione. Grazie ai tuoi acquisti, Fairtrade ha già dato una nuova opportunità a 1,6 milioni di agricoltori nel mondo, cambiando la loro vita, ma molto possiamo fare ancora.
Ogni giorno, facendo la spesa o nei tuoi momenti di pausa, puoi compiere un gesto responsabile scegliendo i prodotti certificati Fairtrade. Cioccolato, tè, caffè, frutta fresca, ma anche palloni, capi d’abbigliamento, fiori: cerca e scegli il marchio Fairtrade per i tuoi acquisti quotidiani. Anche grazie ad una semplice tazzina di caffè, potrai fare la tua parte per un mondo migliore.

domenica 26 febbraio 2017

Un 8 Marzo equo


mercoledì 15 giugno 2016

Cresce la sfida del fairtrade

E' disponibile on line il Rapporto annuale di attività di Fairtrade Italia con i dati 2015 (+10% rispetto all'anno precedente). I volumi di fatturato, il numero di prodotti certificati disponibili nel nostro Paese, i produttori coinvolti, il reddito generato e il premio aggiuntivo investito in progetti di sviluppo delle loro comunità, sono  consultabili a questo indirizzo:
http://annualreport.fairtrade.it/

"Abbiamo un obiettivo ambizioso e di lungo periodo, come lunghi sono i tempi della natura, un obiettivo di superamento stabile dell’ingiustizia, un obiettivo che vogliamo coltivare usando il commercio come uno strumento vitale per ridurre le disuguaglianze sociali, agendo qui e ora insieme ai consumatori, alle scuole, ai giovani, veri protagonisti di questa epocale sfida di cambiamento."

martedì 7 aprile 2015

Il documento del Commercio Equo e Solidale italiano su Expo 2015


“Feeding the planet, energy for life”: un contributo del movimento italiano del Commercio Equo e solidale
Introduzione
La World Fair Trade Week – Settimana Mondiale del Commercio Equo e Solidale – è il più importante evento internazionale del settore. La prossima edizione di questo evento biennale si tiene a Milano dal 22 al 31 maggio 2015: per dieci giorni la città sarà la “Capitale mondiale del Commercio Equo e Solidale”.
La World Fair Trade Week e i suoi contenuti, sviluppati in 50 anni di esperienza in tutto il mondo dal movimento del Commercio Equo e Solidale (o Fair Trade), saranno rilevanti nel dibattito globale sulla produzione e la distribuzione del cibo, che rischia però di non tenere in considerazione il punto di vista dei piccoli produttori e dell’economia solidale.
La scelta della città -Milano- e del periodo -il primo mese di Expo2015- è scaturita per dare maggiore visibilità a questo momento di incontro e al movimento del Commercio Equo e Solidale in generale. La presenza di tante persone da tutto il mondo contribuirà a far conoscere un movimento che da decenni concretizza nelle sue azioni l’utopia di un modo più giusto, in cui tutti hanno diritto non solo al cibo, ma a una vita dignitosa.
Il tema di Expo2015 “Nutrire il Pianeta, Energia per la vita”, è dunque parte di questa nostra vocazione, e lavorando sul campo abbiamo acquisito esperienze e competenze che riteniamo utili per affrontare un tema così complesso.
Sappiamo che le principali cause della fame che tuttora coinvolge quasi un abitante su 7 del pianeta ci sono povertà, sfruttamento ed esclusione sociale, tutti fattori che non sono frutto del destino, ma che sono spesso conseguenze di precise scelte politiche ed economiche. Riteniamo che questa constatazione sia il punto di partenza necessario per elaborare qualunque strategia efficace sul tema che caratterizza Expo, e che dovrebbe affrontare.
Al centro delle nostre preoccupazioni e del nostro lavoro quotidiano c’è, in particolare, la crisi di lungo periodo delle economie contadine, che attraversa ormai gran parte del pianeta ed è frutto dall’assommarsi storico di eredità coloniali, modelli di agro-esportazione speculativa, politiche nazionali cieche e clamorosi squilibri commerciali internazionali ingenerati dalle politiche neoliberiste di WTO, FMI e Banca Mondiale.
Come conseguenza di tali processi, contadini e artigiani vivono oggi una crisi di proporzioni epocale a ogni latitudine. Una crisi cui concorrono molteplici fattori: la concorrenza sleale delle multinazionali nei confronti dei piccoli produttori locali, lo sfruttamento della mano d’opera nativa per opera di latifondisti e intermediari senza scrupoli, l’imposizione di prezzi d’acquisto sottocosto, l’accaparramento delle terre da parte di grandi corporations e fondi sovrani, la diffusione di bio-carburanti, la zootecnia intensiva, i cambiamenti climatici, l’inaridimento dei suoli, il depauperamento delle falde acquifere.

1. Il Potere come problema centrale
Il Commercio Equo e Solidale affronta da sempre queste difficili tematiche cercando innanzitutto di stabilire relazioni basate sulla cooperazione tra pari. Quindi relazioni in cui non ci sono rapporti di potere sbilanciati, ma in cui ciascuno è chiamato a dare il suo contributo con pari dignità, in un esercizio di democrazia reale, spesso faticoso, ma indispensabile.
Crediamo che questa sia la chiave anche per affrontare il tema dell’accesso al cibo e all’energia per tutti, come condizioni per una vita dignitosa.
Oggi la distribuzione ineguale del potere a livello globale si manifesta nei rapporti di forza tra i pochi grandi compratori dei paesi ricchi e i molti piccoli produttori dei paesi poveri, che non hanno di fatto nessuna possibilità di esigere prezzi adeguati a remunerare il loro lavoro.
Il movimento del Commercio Equo e Solidale ha analizzato come questa disparità di potere influenzi la catena del valore delle merci, e degli alimenti in particolare, evidenziando come solo una piccola frazione di esso rimane ai produttori. Questa ingiusta distribuzione della ricchezza prodotta è la causa principale della miseria e della fame di milioni di agricoltori nel mondo.
La miseria, e la fame che ne consegue, sono frutto innanzi tutto di questi rapporti di forza sbilanciati e non potranno essere superate con nuove tecnologie o innovazioni nella produzione agricola (e/o energetica), ma solo se le scelte globali saranno decise in un quadro di maggiore partecipazione democratica alle decisioni e di reale cooperazione nella loro attuazione.
Siamo convinti che sia necessario recuperare spazi di autodeterminazione e “sovranità alimentare” come precondizione per invertire la rotta fin qui seguita e davvero “nutrire il pianeta” con giustizia, equità e lungimiranza. Riguadagnare spazi di autodeterminazione e sovranità alimentare vuol dire limitare le smisurate libertà di movimento di cui oggigiorno fruisce il capitale transnazionale; vuol dire porre limiti stringenti alla possibilità di speculazione finanziaria sulle derrate agricole, così come alle possibilità di monopolio dei mercati da parte dell’industria agro-chimica o della grande distribuzione organizzata; vuol dire introdurre su scala internazionale clausole di responsabilità sociale d’impresa e regole di commercio internazionale improntate a maggiore equità e trasparenza; vuol dire rivedere le normative internazionali in materia di brevetti, che nell’attualità consentono ai giganti del settore di appropriarsi della biodiversità del pianeta, espropriando i contadini del diritto di sfruttare liberamente il patrimonio botanico da cui traggono da vivere.
Alcune indicazioni
Da questa considerazione generale discendono le indicazioni su alcuni temi particolari che sono particolarmente rilevanti nel quadro delle tematiche affrontate da Expo.

1. MODIFICARE LE POLITICHE DI SOSTEGNO ALL’AGRICOLTURA
La manifestazione più vistosa di come rapporti di potere sbilanciati influenzano negativamente le condizioni di vita dei piccoli produttori di molti Paesi la abbiamo osservando le conseguenze dell’imposizione di politiche di liberalizzazione dei mercati nei Paesi poveri, a fronte di politiche di sussidio e sostegno alle grandi produzioni agricole industriali. L’esperienza del Commercio Equo e Solidale ha incrociato spesso le conseguenze di queste politiche di “doppio standard”.
Esempi eclatanti sono i sussidi alle grandi produzioni di cotone negli USA, gli aiuti alla produzione di cerali e più in generale i sussidi all’agricoltura nell’Unione Europea…
A fronte di questi aiuti dispensati in modo da favorire quasi esclusivamente le grandi produzioni agricolo-industriali, stanno le richieste di eliminazione delle misure di protezione dei produttori locali, richieste da FMI e Banca Mondiale nei loro piani di “salvataggio”. L’effetto di queste asimmetrie è la distruzione di capacità produttive locali e di sovranità alimentare che produce povertà e dipendenza dalle forniture alimentari di provenienza industriale.
Una riduzione della fame nel mondo che avvenga non per via assistenziale o occasionale, ma tramite processi che ne eliminino le cause e creino condizioni di vita dignitosa, richiede interventi precisi sulle politiche di sostegno alla produzione agricola ed all’esportazione praticati in occidente, e riequilibrio nei processi di liberalizzazione che devono vedere concreti vantaggi anche per i produttori del Sud del mondo.

2. DIRITTI SOCIALI E BENI COLLETTIVI
Un altro aspetto fondamentale è la garanzia del diritto di tutti ad accedere ai beni indispensabili per una vita dignitosa. In questo quadro rientrano i diritti all’istruzione alla salute, ma anche il diritto di gestire democraticamente beni collettivi, spesso aggrediti da logiche di mercato che ne vorrebbero la privatizzazione.
L’esempio più eclatante è quello dell’acqua, la cui privatizzazione metterebbe nelle mani di pochi soggetti il diritto di accesso al bene più essenziale per la vita umana. Ma riguarda anche la privatizzazione delle terre, che sottrae risorse agricole alle comunità e le priva di un essenziale potere di partecipazione collettiva alla gestione di questa risorsa.
La pratica di acquistare grandi estensioni di terreno da parte di società multinazionali o addirittura di Paesi stranieri produce danni non solo sul piano economico, mettendo in difficoltà i piccoli produttori agricoli e limitando la sovranità alimentare dei paesi he la subiscono, ma incide anche sul livello di democrazia reale in tali Paesi, creando “enclave” in cui le regole condivise dalle comunità non sono applicabili.

3. SALARI E PREZZI EQUI
Un reale riequilibrio dei rapporti di potere deve riflettersi in remunerazioni e salari dignitosi per i produttori e i lavoratori dei Paesi poveri.
I contadini che producono cibo devono, da una parte, affrontare costi fissi e spesso crescenti, dall’altra non hanno alcuna certezza del valore del proprio prodotto sul mercato al momento di venderlo; il Fair Trade dimostra che applicare prezzi minimi fissi ai prodotti agricoli va d’accordo col commercio e con la produzione di qualità e offre i produttori delle certezze che migliorano fortemente la qualità della loro vita.
Peraltro, questa scelta non è patrimonio solo del Commercio Equo e Solidale: essa fu infatti proposta dall’ONU (in particolare dell’Unctad) già dal decennio del 1960, e per un certo periodo praticata da alcuni organi di regolazione del commercio di alcuni prodotti come una strategia efficace per combattere la povertà e la fame e dovrebbe essere rimessa al centro della pratica del commercio internazionale.
A questa scelta è connessa la possibilità di pagare realmente e di migliorare i salari minimi ai lavoratori, le cui retribuzioni troppo basse sono causa di povertà diffusa.

Conclusione
Siamo convinti che qualsiasi soluzione al problema riguardante il “Nutrire il Pianeta” sia sempre, in prima istanza, una soluzione di ordine politico, e solo in seconda battuta un cambiamento legato a innovazioni tecnologiche (nuove sementi, nuovi concimi, nuovi macchinari) o a sostegni umanitari (nuovi aiuti).
Tecnologie migliorate e aiuti maggiorati possono giovare alla lotta contro la fame a condizione che non erodano ulteriore terreno ai già risicati spazi di protagonismo politico e sovranità alimentare delle comunità locali e nazionali. Tecnologie migliorate e aiuti maggiorati possono giovare alla nutrizione globale se non diventano dei diversivi, che impediscono di discernere che la riduzione della miseria è impossibile senza un patto politico “anti-carestia”, incardinato sul principio morale per cui il diritto all’alimentazione costituisce il primo e il più irrinunciabile dei diritti umani, a cui nessun governante, per nessuna ragione e in nessun momento può venire meno.
Per nutrire il pianeta abbiamo bisogno di un rinascimento contadino globale e quindi abbiamo bisogno di garantire ai produttori primari accesso alla terra, accesso al credito, accesso alla salute, accesso all’assistenza tecnica.
Rinascimento contadino vuol dire valorizzazione dei modelli di autogoverno locale delle risorse comuni -pascoli, foreste, sistemi irrigui-; vuol dire tutela dei diritti d’uso comunitari, vuol dire difesa del diritto degli agricoltori a scambiarsi e riprodurre liberamente le sementi; vuol dire riscoperta dei saperi nativi e delle strategie adattive più efficaci durante le crisi ambientali; vuol dire preservazione delle risorse rinnovabili, della biodiversità, dell’acqua.
Solo a partire da tali presupposti possiamo immaginare una nuova stagione di benessere umano generalizzato.

AGICES – EquoGarantito raggruppa 84 realtà equosolidali, Organizzazioni distribuite su tutto il territorio, che fatturano nel complessooltre 83milioni di euro e sono animate da quasi 30mila soci. Oltre mille sono i lavoratori impiegati nel Fair Trade in Italia, quasi 5mila sono i volontari e 253 punti vendita sul territorio. www.equogarantito.org
WFTO – Europe – Brussels
Altra Qualità – Ferrara www.altraq.it 
CTM Altromercato – Bolzano-Verona www.altromercato.it 
Equomercato – Cantù www.equomercato.it 
Libero Mondo – Bra www.liberomondo.it 

martedì 1 luglio 2014

The Scope and Benefits of Fairtrade, report sull'impatto globale del Fairtrade



Vi invitiamo a scorrere queste diapositive relative al Rapporto Generale  di Fairtrade International che elenca  atti e cifre su più di 1,4 milioni di agricoltori e lavoratori del commercio equo e solidale in tutto il mondo. E’ il documento più ampio e completo a disposizione sul circuito Fairtrade che narra l'impatto del nostro sistema per gli agricoltori e i lavoratori di Africa, Asia e America Latina. Molti i dati significativi. 1.4 milioni i produttori e lavoratori suddivisi in 1139 organizzazioni in 70 paesi.  80% sono "piccoli produttori", il 23% è donna. Il paese con il più alto numero di produttori e lavoratori è il Kenya, a seguire la Tanzania e l'India. Il Fairtrade Premium, il margine aggiuntivo al "prezzo equo" pagato ai produttori da investire in progetti sociali, sanitari e di business development attraverso un programma partecipativo e democratico, ha raggiunto nel biennio 2011-12 gli 86 milioni di euro.

“Il report mostra come Fairtrade faccia la differenza per oltre un milione di agricoltori e lavoratori” ha dichiarato Harriet Lamb, CEO di Fairtrade International. “Questa ricca serie di dati mette in luce i nostri punti di forza – come l’impegno globale a favore delle piccole organizzazioni – ma anche gli aspetti che dobbiamo potenziare, come il miglioramento delle condizioni dei lavoratori dipendenti e il percorso verso un salario più dignitoso”.

“I dati riportati nel report riconoscono alle imprese cooperative un ruolo fondamentale nello sviluppo economico e sociale dei Paesi ed in particolare nella lotta contro la povertà, e questo vale in particolar modo per il 2012, proclamato dall’ONU Anno Internazionale della Cooperazione” ricorda Andrea Nicolello-Rossi, Presidente di Fairtrade Italia “Quello cooperativo è un modello sostenibile di fare attività imprenditoriale: si condividono valori di democrazia, solidarietà, self-help e auto-responsabilità. Gli stessi che caratterizzano gli Standard Fairtrade”.

tratto da:
Ipsia Acli
Faitrade Italia

venerdì 2 maggio 2014

#VOTE4FT vota per il fair trade


L'impresa è ardua ma è giusto sostenerla. E' possibile oggi proporre idee e riflessioni su come in Europa sia possibile pensare politiche improntate alla solidarietà e a valori affini a quelli del Commercio Equo e Solidale? E' possibile sostenere un'altra economia in una dimensione europea? Noi ci crediamo e sosteniamo questa campagna.


"In vista delle prossime elezioni del Parlamento Europeo, che si terranno domenica 25 maggio, Altromercato- la maggiore organizzazione del Commercio Equo e Solidale nel nostro paese e la seconda in Europa – in collaborazione con AGICES (Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale), lancia in Italia la campagna internazionale #VOTE4FT - Vote for Fair Trade, per chiedere ai candidati l’inserimento del tema del Commercio Equo e Solidale nell'agenda politica del prossimo Parlamento europeo.
Una mobilitazione popolare lanciata dalle maggiori Organizzazioni del Commercio Equo e Solidale in tutta Europa, in cui saranno direttamente coinvolti anche i singoli cittadini, che, nel loro ruolo di elettori, avranno la possibilità di contribuire in prima persona al cambiamento, chiedendo ai candidati di sostenere un’economia più giusta, rispettosa dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente.
 Per partecipare attivamente alla campagna basterà infatti collegarsi al sito www.vote4ft.it, scoprire l’elenco dei candidati alle Europee e inviare direttamente a loro uninvito a sottoscrivere un Manifesto Internazionale del Commercio Equo e Solidale in 5 semplici punti:
- economia centrata sulle persone, sui diritti dei lavoratori e dell’ambiente 
- filiere responsabili, eque e solidali in tutti i passaggi, senza prevaricazioni e abusi di potere
- ingresso sul mercato europeo di piccoli produttori svantaggiati del Sud del Mondo e non solo
- politiche commerciali rivolte al benessere economico, sociale ed ambientale di tutti
- promozione del Commercio Equo e Solidale a livello locale, regionale, nazionale ed europeo.

Al Manifesto hanno già aderito Martin Schulz, attuale Presidente del Parlamento Europeo e candidato socialdemocratico alla presidenza della Commissione Europea, e SkaKeller, candidata alla presidenza della Commissione per i Verdi europei.
Le informazioni su ciò che ogni candidato si impegnerà a fare una volta eletto saranno disponibili online.
Le attività della campagna continueranno anche dopo le elezioni per assicurare che i rappresentanti eletti
rispettino i loro impegni.
La campagna Vote4FT è promossa dalle maggiori Organizzazioni del Commercio Equo e Solidale di 15 paesi europei - Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Spagna, Svezia, Ungheria - e in Italia è sostenuta da Altromercato in collaborazione con AGICES (Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale).


Il coordinamento della Campagna è a cura di FTAO – FairTrade Advocacy Office"

sabato 8 febbraio 2014

Lezioni di fairtrade




Riprendiamo questi video da Ekitinfo.org , un sito francese che mantiene sul commercio equo uno sguardo sempre attento e prezioso.

"Come ogni buona idea , il commercio equo e solidale è stato recuperato , diluito , svuotato della sua sostanza. Divenuto un argomento di marketing per i principali rivenditori e grandi marche , rischia di perdere la sua anima e dimenticare il suo primo obiettivo: creare un reale cambiamento per una maggiore giustizia economica e sociale nel mondo .Pertanto, contro venti e maree, organizzazioni come Oxfam – Magazzini del mondo continuano a difendere, con i loro partner del Sud e del Nord , chiedendo un commercio equo e solidale più rigoroso . Lottare contro la povertà , con un movimento di cittadini è la missione che si è data Oxfam . E il commercio equo è coinvolto .E ' il momento di mettere le cose a posto . Ed è Gabrielle che se ne è incaricata . Dal 2 al 20 dicembre 2013 , in 10 lezioni di due minuti ,ci  ha spiegato che il commercio equo è più che una questione di prezzo . Vi invito a scoprire che comporta problemi e sfide che forse noi stessi non immaginiamo neppure."

Al termine del video potrete continuare con le "lezioni" 2, 3, 4, 5, etc
Buona visione su ekitinfo.org

giovedì 6 febbraio 2014

Un Fairphone a Pontremoli

By making a phone,
 we are creating a movement 
to build a fair economy.
Join us!

Ha raggiunto ieri Pontremoli da Rotterdam uno dei 25mila Fairphone prodotti dall'omonima fondazione olandese che ha avuto l’avventurosa idea di costruire il primo telefono eticamente sostenibile, ecocompatibile e che riconosce dignità alle persone che lavorano in tutta la catena, dall'estrazione del coltan in South Kivu,  all'assemblaggio in Chongqing, nella trasparenza della road map di progetto. 
 L’innovazione non sta nelle caratteristiche tecniche, comunque interessanti (display da 4.3 pollici con risoluzione qHD (960×540) protetto da vetro Dragontrail, processore quad-core Mediatek MT6589M @1.2GHz, 1GB di RAM, 16GB di memoria interna, slot microSD, fotocamera posteriore da 8 megapixel e anteriore da 1.3 megapixel, batteria da 2000mAh, dual-SIM, Android 4.2.2 con interfaccia open source sviluppata da Kwame Corporation) ma nella scelta di costruire uno smartphone “conflict-free”.proveniente da un circuito commerciale equo e solidale.

Tutti i link per saperne di più:

Fairphone ora è soldout, ma una seconda produzione è già partita.
Ora lo sapete: è possibile cambiare il modo in cui i prodotti sono realizzati, a partire da un unico telefono e ridefinendo l'economia, un passo alla volta. E' bello quando parti per finanziare una buona idea e infine scopri di aver avuto ragione e non da solo. 


venerdì 27 dicembre 2013

2014, l'equo in movimento

Il presidente di AGICES Alessandro Franceschini con un videomessaggio rivolto a tutte le Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale italiane augura un buon 2014, sottolineando alcuni passaggi importanti per il nostro Movimento.
Sono anche i nostri auguri.

L'equo in movimento
Scarica il documento: l’Equo e Solidale in Movimento – Percorsi, evoluzioni, scelte

sabato 21 dicembre 2013

Natale: più che consumo, partecipazione.




Dal 1994 Fairtrade Italia lavora per diffondere i valori del commercio equo certificato nel nostro Paese. Ogni giorno, facendo la spesa o nei tuoi momenti di pausa, puoi compiere un gesto responsabile scegliendo i prodotti certificati Fairtrade. Cioccolato, tè, caffè e molto altro: cerca e scegli il marchio Fairtrade per i tuoi acquisti quotidiani. Anche grazie ad una semplice tazzina di caffè, potrai fare la tua parte per un mondo migliore.

In via Garibaldi 31 a Pontremoli c’è il nostro angolo di fairtrade che ti attende per i tuoi regali di Natale ed anche dopo.

Consumo critico, equo, solidale, sostenibile e trasparente.

Più che consumo è partecipazione.

 

A tutti i nostri auguri: equità, solidarietà, pace e giustizia. Come vedete ci accontentiamo di poco.

 

mercoledì 4 dicembre 2013

Equo o Equowashing?

Riportiamo il comunicato-diffida a cura di Fairtrade Italia, ( http://www.fairtradeitalia.it/ ) il Consorzio che gestisce per l’Italia il marchio internazionale di certificazione del commercio equo Fairtrade, Agices, l’Assemblea Italiana delle Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale e l’Associazione Botteghe del Mondo.
IL COMMERCIO EQUO ITALIANO 
DIFFIDA IL SITO DI VENDITA ONLINE EQUOBUY. 
LA DEFINIZIONE DI “UNICO MARKET PLACE EQUOSOLIDALE” CHE IL SERVIZIO SI ATTRIBUISCE RISULTA FUORVIANTE PER I CONSUMATORI

Il mondo del Commercio Equo e Solidale italiano si è riunito per avanzare al sito di vendita online “Equobuy” una richiesta di rettifica dei contenuti in esso presenti. L’iniziativa è nata per mano di Fairtrade Italia, il Consorzio che gestisce per l’Italia il marchio internazionale di certificazione del commercio equo FAIRTRADE, AGICES, l’Assemblea Italiana delle Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale, custode della Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale, e l’Associazione Botteghe del Mondo.

Nella diffida inviata a settembre – e in merito alla quale non è stata ricevuta ad oggi alcuna risposta – si contesta il fatto che il sito Equobuy (www.equobuy.com), il cui dominio è registrato a nome di Libera Scelta di Sconziano Antonio, si autodefinisca e si promuova come l’unico marketplace equosolidale, dal momento che i prodotti equosolidali in vendita sul portale rappresentano solo una parte minima delle proposte di acquisto presenti. I prodotti equosolidali inoltre sono in commercio in migliaia di punti vendita del territorio nazionale (botteghe del mondo, supermercati, ipermercati, bar, caffetterie, etc..) e on line nei siti web di organizzazioni e aziende che afferiscono ai network di Agices, Associazione Botteghe del Mondo, Fairtrade Italia.
I prodotti del Commercio Equo e Solidale sono realizzati secondo gli Standard internazionali Fairtrade elaborati da Fairtrade International o garantiti da Organizzazioni iscritte al Registro di AGICES e soggette a rigidi controlli. Vi sono in Italia dieci leggi regionali che definiscono e qualificano il Commercio Equo e Solidale, le sue Organizzazioni e i suoi prodotti. In Parlamento è in discussione una proposta di legge di analoghi contenuti.
Per questo, la richiesta avanzata dal Consorzio Fairtrade Italia, AGICES e Associazione Botteghe del Mondo è di eliminare l’aggettivo equosolidale per qualificare il marketplace del sito Equobuy.

AGICES è l’associazione di categoria delle organizzazioni di Commercio Equo e Solidale italiane. Rappresenta nel Paese, nella società civile, con i media e le istituzioni locali e nazionali le esperienze e la cultura dei suoi Soci: organizzazioni non profit e Botteghe del Mondo che promuovono i prodotti e i principi di un’economia di giustizia. Le organizzazioni iscritte al Registro vengono monitorate in base a un sistema articolato e complesso che nel 2009 ha ricevuto la certificazione dall’autorevole ente ICEA di Bologna (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale).
Ufficio stampa  Ombretta Sparacino – 333.8555033 – ufficiostampa@agices.org - www.agices.org

Nata nel 1991, l’Associazione Botteghe del Mondo (Assobotteghe) è il telaio per tessere tra le Botteghe del Mondo una rete capace di valorizzare le energie che lavorano nei vari gruppi locali, promuovendo non solo incontri e collaborazioni su progetti e manifestazioni culturali, ma collegando anche le Botteghe con il mondo della politica e delle istituzioni attraverso iniziative a livello istituzionale sul Commercio Equo e Solidale. Ha promosso e collaborato alla stesura della Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale, riconoscendosi nella definizione di Commercio Equo espressa dal documento.
Ufficio stampa Matteo Benni - ufficiostampa@assobdm.it - www.assobdm.it

FAIRTRADE è il Marchio di Certificazione del commercio equo e il marchio etico più conosciuto al mondo. Il sistema di certificazione Fairtrade garantisce il pagamento di un prezzo equo e stabile alle organizzazioni di agricoltori e lavoratori dei Paesi in via di sviluppo (Fairtrade Price) e assicura loro un margine di guadagno aggiuntivo da investire in progetti di sviluppo a favore delle comunità, come la costruzione di scuole, ospedali, corsi di formazione e borse di studio per i figli dei produttori (Fairtrade Premium), nel rispetto degli Standard elaborati da parte di Fairtrade International.Per maggiori informazioni: www.fairtrade.net

Fairtrade Italia (www.fairtradeitalia.it) rappresenta Fairtrade International e il Marchio di Certificazione FAIRTRADE nel nostro paese dal 1994. Lavora in partnership con aziende e organizzazioni che vogliono inserirsi nel circuito del commercio equo certificato, concedendo in sub-licenza il marchio FAIRTRADE.
 

 
 

venerdì 24 maggio 2013

La lettera del Presidente del Senato al Commercio Equo


Che le istituzioni abbiano cara un'altra economia è condizione necessaria ma non sufficiente al suo realizzarsi. Nel frattempo anche una lettera così è di conforto. Grazie presidente, buon lavoro.

La lettera di Pietro Grasso al Presidente di AGICES in risposta alle felicitazioni per l'elezione a Presidente del Senato.

Roma, 17 Maggio 2013
Al Dott Alessandro Franceschini
Presidente
Assemblea Generale Italiana
del Commercio Equo e Solidale

Gent.mo Sig. Presidente,
la ringrazio sinceramente per le parole di felicitazioni che ha voluto inviarmi in occasione della mia elezione a Presidente dei Senato.
Alla luce delle nuove sfide derivanti dalla globalizzazione dei mercati, una cooperazione allo sviluppo più congrua e una più equa ridistribuzione delle risorse tra le diverse economie del mondo rappresentano validi mezzi per risolvere le gravi contraddizioni economiche, sociali ed ambientali che hanno penalizzato i Paesi del Temo Mondo e quelli io via di sviluppo aggravando il pesante divario esistente con i Paesi economicamente più progrediti, incrementando il fenomeno della povertà e provocando l'esclusione dalle rete internazionale, degli scambi commerciali dei sistemi industriali più obsoleti e delle economie nazionali più instabili a causa dello sfruttamento e della mancanza di tecnologia, investimenti, infrastrutture.
E in questa ambizioso progetto, il vostro proporre nella "Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale” come l’anima del Commercio equo e Solidale obiettivi quali la salvaguardia della dignità della persona, la sostenibilità dell'ambiente, il rispetto delle culture e tradizioni diverse, la globalizzazione dei diritti e dei doveri, il miglioramento delle condizioni dì vita dei produttori e dei lavoratori, la promozione di realtà produttive in fase di espansione, rappresenta la linea guida di un  percorso di solidarietà e sussidiarietà a cui sono chiamati ad apportare il propri contributo Istituzioni, Associazioni, Imprese, Consumatori, Volontariato per una rinascita del sistema economico globale che abbia come orizzonte valoriale non più il profitto fine a se stesso e la speculazione, ma un profitto inteso come strumento per raggiungere finalità di "umanizzazione" del mercato e della società  e operazioni commerciali vantaggiose per tutti coloro che hanno partecipato al processo produttivo dei beni.
La solidarietà, l'equità, la giustizia sostanziale sono istanze etiche primarie di cui la società globale dove farsi carico assumendole come sfida per un rinnovamento delle politiche economiche che abbia come paradigma l'interdipendenza tra solidarietà e profitto e l'impegno ad una maggiore integrazione dei diversi sistemi industriali nazionali in modo da produrre un “circolo virtuoso" tra produzione dei beni, condivisione e reinvestimento del profitto a favore della società più svantaggiate e , quindi, maggiore ricchezza e benessere per tutti.
Augurandole un buon proseguimento del suo lavoro, colgo l'occasione per inviarle i miei più cordiali saluti.
Pietro Grasso

martedì 2 aprile 2013

Test equosolidale




A cura de Il Sandalo, bottega del commercio equosolidale di Saronno (VA), ecco il quiz che vi permette di cimentarvi con la conoscenza del commercio equo e solidale, i suoi obiettivi, i suoi protagonisti, i suoi prodotti.
Cliccate sul link qui sotto:
http://www.ilsandalo.eu/quiz_equosolidale/story.html 


domenica 24 febbraio 2013

Lettera aperta a padre Alex Zanotelli dal Commercio Equo


E' una lettera che ci riguarda, un dibattito che aiuta il nostro impegno a restare dalla parte giusta. Buona lettura.


“L’Industria della Carità”: lettera aperta a padre Alex Zanotelli
Carissimo Alex,
come tanti abbiamo letto la tua prefazione al libro “L’industria della carità” di Valentina Furlanetto: le righe che dedichi al Commercio Equo e Solidale hanno suscitato  alcune riflessioni che vorremmo comunicarti e condividere con tutto il Movimento, in un momento in cui stiamo avviando un profondo dibattito interno su come rendere la nostra azione più incisiva e capace di comunicare al meglio i valori in cui crediamo, in un contesto certamente ed inevitabilmente mutato rispetto al passato. Come sempre le tue riflessioni suscitano dibattito ed interesse, ed è con questo spirito che vorremmo intervenire nella discussione. 
Tu definisci il Commercio Equo e solidale “Una perla preziosa”. E poi aggiungi “Eppure il nostro sistema è talmente scaltro che è capace di rendere questa perla funzionale al sistema. Oggi purtroppo tanto del commercio equo e solidale è diventato un altro business, perché il fine di tutto è vendere. Certo, permette ai contadini del Sud del mondo di fare qualche soldo in più, ma non è così che aiuteremo noi stessi e queste persone a capire l’iniquità delle regole del commercio internazionale. Ogni bottega dovrebbe diventare un luogo dove chi entra capisce dove e come è stato prodotto quel manufatto, perché lo paga un po’ di più, che cosa ci sta dietro. È questa la vera funzione del commercio equo e solidale. Invece una parte del Ces è diventata oggi business. Per cui dobbiamo costantemente vigilare su tutto quello che facciamo e sui mezzi che utilizziamo per aiutare i popoli impoveriti. Dobbiamo far sì che loro diventino i soggetti della loro liberazione. È interessante notare che oggi l’aiuto più grande che viene inviato ai paesi impoveriti non è il nostro,  ma il loro. Il vero aiuto sono le rimesse, il flusso di denaro che gli immigrati in Italia inviano alle famiglie, frutto del loro lavoro. La liberazione viene sempre dal basso, dai poveri, mai dai ricchi.” 
È importante, innanzitutto, evidenziare che alcune delle questioni che tu sollevi (e che vengono riprese nel capitolo dedicato al Commercio Equo e Solidale) sono da anni oggetto di confronto anche acceso all’interno del nostro Movimento. Ma, fortunatamente, i primi a svolgere un ruolo di tutela e perseveranza degli obiettivi ideali sono ancora oggi gran parte degli attori stessi del Fair Trade. In particolare, per richiamare la tua metafora, il Movimento italiano del Commercio Equo e Solidale non ha dimenticato di avere per le mani “una perla preziosa”. E non si è certo piegato al business nel senso prepotente o disumano del termine. Abbiamo cercato negli anni e con fatica, ma anche con grandi risultati, di creare un cambiamento dell’economia che partisse proprio dallo scambio paritario tra comunità di consumatori del Nord in rete con comunità di produttori del Sud. La nostra scommessa è stata quella di provare ― qui sta la difficoltà ― a coniugare ogni giorno l’attività economica con quella della sensibilizzazione, la vendita di prodotti con l’educazione, l’essere “commercianti” con l’essere “animatori”. Speriamo di essere riusciti a non dare solo una testimonianza ma ad incidere concretamente sui meccanismi economici, a volte sbagliando, a volte rischiando di sporcarci le mani o di apparire meno “puri” in termini ideali. 
L’impegno di migliaia di volontari che ogni giorno alzano le saracinesche delle Botteghe del mondo sta esattamente all’opposto della dimensione da te evocata (ricchi che aiutano i poveri, carità invece di giustizia). Ci sono al contrario persone che a latitudini e longitudini diverse cercano sinceramente di creare un dialogo paritario per un comune benessere futuro, che sia alla base di un modello economico più sostenibile. È vero: i produttori chiedono di vendere i loro prodotti a condizioni eque, così come le donne dei centri di Korogocho ti affidavano collane e bracciali perché tu cercassi di trovare per loro uno sbocco sui mercati del Nord. Ma questo non vuol dire, nel nostro modo di agire, dare origine all’ennesimo  business intercontinentale: per noi significa dare spazio a forme cooperative di produzione, rispettose del lavoro, attente all’ambiente e allo sviluppo sostenibile. Per essere chiari: non ci interessa produrre oligarchie di produttori benestanti in realtà sociali povere o attivare nuove forme di commercio per dare qualche soldo in più. Per noi Commercio Equo e Solidale è ancora sinonimo di dialogo e giustizia nel mercato, di stimolo non solo teorico ma tangibile per un ragionamento sul nostro stile di vita e sul modello economico complessivo. 
Il mondo del Commercio Equo e Solidale ― a livello nazionale ed internazionale ― è tuttavia complesso e variegato ed esistono tante realtà con comportamenti diversi, alcuni dei quali (se ne parla nel capitolo del libro) sono stati pubblicamente ed aspramente contestati dal Movimento italiano. Ma, caro Alex, stai sicuro che nelle nostre associazioni e cooperative ogni giorno si lavora perché i popoli impoveriti diventino i soggetti attivi della loro liberazione. Non eterodiretti, non allettati da qualche dollaro in più. 
Nel libro il Commercio Equo e Solidale è presentato solo ed esclusivamente come un fenomeno di certificazione di prodotto, aperto a tutti i soggetti dell’economia tradizionale. In Italia non si può tuttavia ignorare che si sia storicamente sviluppato soprattutto come una rete sociale di base: oggi la nostra Assemblea conta 90 Organizzazioni che tengono aperte 250 Botteghe del Mondo in 15 diverse Regioni, animate da 30mila soci, 5mila volontari e oltre mille lavoratori. Ogni anno la nostra rete trasferisce nel Sud del mondo a contadini ed artigiani non solo 13 milioni di euro in cambio di prodotti alimentari e artigianali pagati a prezzo equo, ma anche competenze, conoscenze, tecnologie. E il più delle volte riceve più di quello che dà. 
Un solo dato per dirti quanto noi cerchiamo di lavorare sul cosa ci sta dietro: complessivamente i nostri Soci in un anno hanno realizzato laboratori e attività nelle scuole italiane per 11.000 ore, con un investimento complessivo di un milione di euro. Questi sono soldi investiti proprio per aiutare una nuova generazione di consumatori a porsi il tema dell’iniquità delle regole nel commercio internazionale. Un commercio internazionale che, unito ad un sistema finanziario cinico e irresponsabile, ha portato i suoi danni anche tra i confini dei nostri ricchi paesi. La questione di un modello economico ingiusto adesso è avvertita da tutti. Ed in questo contesto segnaliamo come i temi una volta relegati al Sud del mondo e di cui parlavamo quando il Commercio Equo muoveva i primi passi, oggi tocchino anche chi fino ad ora non è stato particolarmente interessato a tali argomenti. 
Sappiamo bene che il nostro non è un obiettivo solo economico, ma politico e sociale. Però vogliamo provare ad uscire dalla nicchia dell’avanguardia per raggiungere ― con il nostro messaggio e con i prodotti che rappresentano realmente la vita dei nostri partner artigiani e contadini ― sempre più consumatori e sempre più produttori. Ma non a qualsiasi costo: in questi trent’anni, il Movimento ha saputo fermarsi, ritarare gli obiettivi e cambiare strada quando ha percepito che il business rischiava di ledere il messaggio e il senso profondo del proprio agire. 
Non siamo funzionali al sistema (ma chi non corre comunque questo rischio?), anche se vorremmo che il sistema funzionasse meglio e con nuove regole. Noi non abbasseremo la guardia e ti invitiamo a continuare a darci stimoli e suggerimenti in questa direzione, tenendo conto del confronto interno al Movimento del Fair Trade (di cui abbiamo provato a darti qualche spunto con questa lettera) e della nostra consapevolezza, mai nascosta o negata, dei problemi, delle contraddizioni e dei rischi che la nostra proposta di cambiamento comporta.
Roma 11 febbraio 2013
Il Consiglio Direttivo di AGICES (Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale) Alessandro Franceschini, Enrico Avitabile, David Cambioli, Giorgio Dal Fiume, Andrea Durante, Giampiero Girardi, Vittorio Leproux

venerdì 28 dicembre 2012

venerdì 16 novembre 2012

L'equo che vogliamo

La storia la racconta Ravinala Bottega del Mondo nella sua pagina facebook: "Uno entra in un supermercato a Tananarivo (Madagascar) e trova uno zucchero di canna Bio ed equo...e pensa che bello... Poi lo gira e si chiede ... ma perché viene dal Paraguay visto che il Madagascar è un grosso produttore di canna da zucchero????? Guarda l'altro lato e legge... prodotto in Paraguay , lavorato in Tunisia, importato in Belgio, approdato in Madagascar... e l'ambiente? e perché non utilizzare zucchero locale? Ma siamo sicuri che fosse questo il commercio equo che abbiamo sognato?" 

Certo che no, non è questo. Se coltiviamo il desiderio di un’altra economia è perché abbiamo preso in considerazione tutti e tre gli aspetti di uno sviluppo sostenibile: l’impatto ambientale, quello economico e quello sociale. Ora, con un giro d'affari mondiale da 6 miliardi di $ e con una crescita annua del 27% in barba alla crisi, il commercio equo 'tiene' e risulta anzi in escalation. Ma questo non ci deve far dimenticare che siamo corresponsabili di un cammino che non ci permette fraintendimenti. Solidarietà e responsabilità, efficienza ed etica non ci permettono alcuna scorciatoia o illusione. Così pure l’ossessione della competizione universale che ha contagiato ad esempio Fairtrade Usa, la quale per agevolare l'ingresso delle multinazionali nel mercato ha introdotto criteri di selezione più blandi ed abbassato al 10% la soglia degli ingredienti necessari per etichettare i prodotti come equi, non ci appartiene. Poiché - come suggerisce Roberto Mancini in Idee Eretiche - il nostro obiettivo non è “stare sul mercato” quanto quello assai più ambizioso – di “insegnare al mercato a stare al mondo”. Un’ambizione che ci vuole più attenti e rigorosi.

mercoledì 7 novembre 2012

Per non svendere il fair trade

Su Volontari per lo Sviluppo di luglio-agosto 2012,  Stefania Garini con un articolo che condividiamo "Non svendiamo il fair trade" fa il punto sul dibattito riguardante l'evoluzione del movimento fair trade.  Lo pubblichiamo integralmente poiché ci sembra troppo importante ed utile.

Un giro d'affari mondiale da 6 miliardi di $, con una crescita annua del 27%. in barba alla crisi, il commercio equo 'tiene' e risulta anzi in escalation. Non fa eccezione l'Italia, dove il valore totale delle vendite registrato nel 2011 è stato di 57,5 milioni di euro con un aumento dei 16,5% in un anno. «Un segno incoraggiante: i consumatori premiano le pratiche responsabili verso ambiente, lavoratori e comunità locali» dice Paolo Pastore, direttore di Ft Italia, il consorzio che certifica i prodotti equo-solidali con il marchio Fairtrade.
Ma se i conti 'tornano', a livello internazionale qualche nube s'addensa all'orizzonte. Tutto inizia con la campagna Fair trade for all, lanciata a fine 2011 da Ft Usa secondo cui, poiché "il commercio equo raggiunge solo una piccola parte degli oltre 2 miliardi di persone sotto la soglia di povertà, esso va esteso il più possibile. Come? Aprendo alle multinazionali. Una presa di posizione che ha condotto alla scissione di Ft Usa da Ft International, «riportando alla ribalta una questione annosa: aprire o no al mercato mainstream, cioè alle grandi corporation con i loro volumi stellari e le loro reputazioni da ripensare» dice Alberto Zoratti di Agices (Assemblea italiana dei commercio equo e solidale). In Italia tutte le realtà dei commercio equo si sono subito schierate dalla parte dell’associazione internazionale, al cui interno non è mancato un forte dibattito tra gli stessi padri fondatori: Nico Roozen, favorevole ai fair trade di massa», e Frans van der Hoff, contrario ad «annacquare il concetto di equo». Ma qual è la vera posta in gioco? «Il problema non è tanto lavorare con le multinazionali, il che già avviene. In Inghilterra e Irlanda ad es. si lavora già con grandi aziende come Nestlè, Mars e Cadbury» spiega Paolo Pastore.« Ma in questi casi sono loro ad aver scelto di usare i prodotti certificati Ft (cacao e zucchero di canna), non noi a certificare i loro. Invece Ft Usa, per agevolare l'ingresso delle multinazionali nel mercato, ha introdotto criteri di selezione più blandi, ad es. abbassando al 10% la soglia degli ingredienti necessari per etichettare i prodotti come equi. E' questo che non va». Ora infatti alcuni grandi marchi come Starbucks (il più grande negozio di caffè al mondo) possono scrivere sull'etichetta 'fair trade' non per aver cambiato il loro modo di lavorare, ma perché Ft Usa ha mutato le regole. «Ma così si svende il commercio equo. Operazione inutile visto che il nostro modello, come indicano i dati delle vendite, si sta mostrando vincente».

Modelli alternativi

Alla base della rottura tra Ft International e Ft Usa (che rappresenta circa 114 dei mercato fair trade) ci sarebbero anche alcune differenze 'storiche' «In paesi come Italia o Canada, le organizzazioni del commercio equo sono nate da una base sociale ampia - realtà di cooperazione internazionale, reti locali, finanza etica, green economy ecc. mentre negli Usa derivano da poche grandi fondazioni» spiega Pastore. Per questo Ft International privilegia le cooperative e le associazioni di piccoli produttori, e «le grandi aziende sono inserite nel circuito solo se producono beni che le piccole non possono fornire, come per il tè dei sudest asiatico». D'altra parte Paul Rice, presidente di Ft Usa, sostiene che «i coltivatori delle grandi piantagioni sono i veri ultimi dei mondo e aprire il commercio equo anche alle piantagioni può costringere i padroni ad applicare le regole». «Nessuno discute che maggiori risorse siano un beneficio per le comunità di produttori, ma la certificazione di prodotto permette a un licenziatario di avere una linea equo-solidale in mezzo a una miriade di prodotti non certificati» replica Zoratti di Agices. E aggiunge: «Lo sfruttamento sul lavoro e i bassi salari sono la conseguenza, non la causa, del market power delle grandi imprese, che possono imporre costi e prezzi ai produttori e ai consumatori. Pensare di ampliare i benefici (non solo i fatturati) del commercio equo con il mero ampliamento alle corporation senza metterne in discussione il potere di mercato è pura utopia». Per Alessandro Franceschini, presidente Agices, si deve «distinguere tra una certificazione di prodotto e una di organizzazione: ciò che conta è la costruzione di un sistema economico più giusto e sostenibile in tutti i suoi aspetti, non l'offerta di un singolo bene socially correct». Anche da parte dei diretti interessati (i piccoli produttori dei Sud) non sono mancate le reazioni nei riguardi della scelta statunitense: sul Guatemala Times, la rete di contadini del Mexican coordinator of smail fair trade producers ha accusato Ft Usa di attuare una 'neoliberalizzazione' dei movimento, nato invece per costruire un modello produttivo alternativo: 'democratico ed equo'.

Dare gambe al commercio equo

Ma come coniugare gli standard di qualità (e i valori ideali) con l'esigenza di espandere il mercato? «Certo è importante collaborare con la grande distribuzione, in Germania ad es. oltre il 50% dello smercio di prodotti fair trade avviene nei discount. Però anche lì, sono i discount ad aver accettato le regole Ft, non il contrario» spiega Paolo Pastore. «In Italia i supermercati iniziano a promuovere i prodotti dei commercio equo, ma per ora si tratta soprattutto della distribuzione cooperativa (Coop e Conad) e delle aziende biologiche». Un altro aspetto da potenziare in Italia, secondo Pastore, sono i rapporti tra i vari soggetti dei commercio equo, «perché da noi c'è ancora poca collaborazione tra Ft e Botteghe dei mondo». Da un lato, nelle Botteghe ci sarebbero ancora pochi prodotti certificati Ft (le Botteghe, riunite nell'Agices, hanno un proprio Sistema di validazione dei prodotti, nda); dall'altro, Ft certifica prodotti che sono distribuiti prevalentemente in canali diversi dalle Botteghe: Pompadour per il tè, Alce Nero per il cioccolato ecc. «Per usare una metafora» continua Pastore, «le Botteghe che importano e vendono, e Ft che verifica il rispetto della filiera sono un po' le due gambe dei commercio equo: una gamba sola zoppica, due gambe insieme possono correre. Lo dimostrano i casi di Svizzera, Inghilterra e Austria - dove quasi tutti i prodotti delle Botteghe sono certificati Ft - in cui il mercato equosolidale ha avuto un grosso boom». Intanto, Ft Italia guarda avanti, verso una nuova frontiera: il fair trade 'domestico', dall'Italia all'Italia. «Sfruttamento, caporalato e lavoratori immigrati ridotti in semi-schiavitù nei campi ci chiamano a un nuovo ruolo. Dobbiamo assicurare i consumatori su quali prodotti siano sostenibili a 360*, dal punto di vista economico, etico, sociale e ambientale» conclude Pastore. «Questa è la nuova sfida dei domani».
(Stefania Garini)